L'occhio della compassione PDF Stampa E-mail
Venerdì 04 Dicembre 2009 14:37



Autore: Fabrizia Abbate - Casa Editrice: Edizioni Studium

Un discorso come quello portato avanti ormai da anni su queste pagine ha una sua chiara compenetrazione e comunione intellettuale assai stretta con le proposte di Martha Nussbaum, dell’Università di Chicago, una delle maggiori figure della filosofia contemporanea. Le sue parole indicano una direzione che sembra giusto proporre e seguire: «[...] quando è libera e non controllata dalle leggi degli uomini, la globalizzazione può anche portare all’oggettificazione, a considerare le vite umane come semplici numeri in un brutale calcolo di profitti. Quale può essere allora l’antidoto a questo modo distorto e terribile di considerare le persone? In parte, deve essere la creazione di istituzioni valide, sia a livello nazionale che internazionale, che garantiscano la tutela dei diritti e delle opportunità di tutti gli uomini, che assicurano a tutti la possibilità di vivere una vita che sia umanamente decorosa. Le istituzioni, tuttavia, non si creano da sé, ma hanno origine solo nel momento in cui le persone iniziano ad immaginarle e lavorano per realizzarle. Ed anche le migliori istituzioni non riescono comunque a sopravvivere se l’immaginazione della gente non continua a incarnare “l’occhio della compassione”, quel modo, cioè, di vedere gli altri riconoscendo in essi la loro umanità, simile alla nostra, e individuando nei loro bisogni i nostri stessi bisogni»[1].


La compassione come sentimento radicato nel nostro patrimonio biologico, ma non per questo priva di razionalità. Spesso, tuttavia, la compassione non riesce a manifestarsi perché non trova il modo di mettere in contatto con l' individuo che soffre le persone lontane dalle sue concrete possibilità e debolezze. A volte, poi, la compassione fallisce perché non comprende la serietà del male: a volte, per esempio, semplicemente non viene dato grande peso alla fame e alla malattia di persone lontane da noi.


«Questi limiti sono probabilmente impliciti nella natura della compassione, così come si sviluppa nell'infanzia e nell' età adulta: prima elaboriamo un intenso attaccamento per la dimensione locale e solo gradualmente impariamo a provare compassione per le persone fuori della nostra cerchia sociale più immediata. Per molti americani, tale estensione del proprio interessamento morale si ferma ai confini nazionali. La maggior parte di noi è cresciuta nella convinzione che tutti gli esseri umani abbiano uguale dignità. Almeno, le maggiori religioni del mondo e la maggior parte delle filosofie laiche ci insegnano questo. Ma la nostra emotività non ci crede. Proviamo dolore per coloro che conosciamo, non per gli estranei. E la maggior parte di noi prova dei sentimenti profondi nei confronti dell' America, dei sentimenti che non proviamo per l' India o la Russia o il Ruanda. Ma dobbiamo uscire fuori dai nostri abituali schemi mentali, altrimenti la nostra vita morale finirà per essere priva di ogni coinvolgimento emotivo. Aristotele affermò, plausibilmente, che la sollecitudine verso gli altri si impara in piccoli gruppi, cementati da un più intenso attaccamento. Se vogliamo che la nostra esistenza accanto al prossimo sia ricca di una vigorosa passione per la giustizia in un mondo in cui regna l' ingiustizia e di una forte propensione alla solidarietà in un mondo dove molti vanno avanti senza ciò di cui hanno bisogno, faremo bene a cominciare, per lo meno, dai nostri potenti e familiari sentimenti nei confronti della nostra famiglia, della nostra città, del nostro Paese. Ma il coinvolgimento emotivo non dovrebbe arrestarsi ai confini nazionali»[2].


La compassione ha la sua origine nell' ambito locale, dunque, secondo Martha Nussbaum, ma dal momento che ha anche una componente di riflessione, essa può essere educata. Possiamo sempre concederci un'occasione per allargare i nostri orizzonti etici. Una seria preoccupazione per una globalizzazione veloce, feroce, economica, senza una vera riflessione morale tesa ad unificare gli Stati (e le persone che dentro vi trovano il modo di vivere) grazie ad uno sviluppo nazionale e ad accordi transnazionali «riguardanti l’ambiente, l’occupazione, i molti aspetti della vita economica ed i diritti umani»[3] è ciò che ci sentiamo di condividere. Il lavoro critico ed attento di Martha Nussbaum (così come di chi la divulga fuori dagli USA, ad esempio, in Italia, Fabrizia Abbate) rende queste tematiche interessanti, attuali e appassionanti.





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[1] Martha Nussbaum, Prefazione, in Fabrizia Abbate, L’occhio della compassione. Immaginazione narrativa e democrazia globalizzata in Martha Nussbaum, Edizioni Studium, Roma 2005, pp. X-XI


[2] Da Il Corriere della Sera, sabato 17 novembre 2001, in http://www.antrodellasibilla.it/ filosofia06_nussbaum.htm#RECENSIONI


[3] Fabrizia Abbate, L’occhio della compassione, cit., p. 186
Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Dicembre 2009 15:14