|
|
|
Venerdì 04 Dicembre 2009 14:39 |
| Autori: Mario Marazziti e Andrea Riccardi

Formato: cm. 13,5 x 21,3
Pagine: 128
ISBN 88-88828-19-2
Prezzo: € 13.00
Recensione di Simone Bocchetta:
In un piccolo ma denso libro dal significativo titolo Eurafrica[1], Andrea Riccardi e Mario Marazziti hanno lanciato alcune proposte semplici quanto concrete, per tentare di rispondere in maniera efficace al fenomeno immigrazione e per riflettere sulla comunione di destini e di obiettivi tra Europa e Africa, continenti legati tra loro tanto dalla storia quanto dalla geografia. Il tentativo degli autori è quello di far uscire l’Africa dal dimenticatoio del mondo, perché «senza un comune destino con l’Europa l’Africa ha poco futuro e l’Europa senza l’Africa perde gran parte del suo significato». Allora, innanzitutto c’è la sfida della conoscenza e della memoria. Punto primo: non si può dimenticare l’Africa e guardare a chi approda in Italia solo come ad un problema, è un approccio sbagliato e, nella gran parte dei casi, disumano e vergognoso. Quando nel 1999 vennero trovati i corpi senza vita di due adolescenti della Guinea Conakry, Yaguine e Fodé, che nel tentativo di raggiungere l’Europa si erano nascosti nel vano del carrello di un aereo con destinazione Bruxelles ed erano morti assiderati, molti ne furono scossi: i due avevano scritto una lettera che portavano con loro nel viaggio, ed in cui si rivolgevano alle «Loro Eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa» per un grido di aiuto, una richiesta di soccorso per l’Africa intera: «…è alla vostra solidarietà e gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci…»[2]. Nella lettera erano raccolti tutti i sogni e tutte le speranze di intere generazioni africane falcidiate da morti quasi sempre evitabili, l’amore per la vita presente e l’aspirazione ad una vita futura che fosse migliore. In una parola, in essa era raccolta l’aspettativa dell’Africa nei confronti degli europei. Yaguine e Fodé chiedevano agli europei di fare «una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca», di non abbandonare l’Africa ma di aiutarla a lottare contro la povertà e la guerra, di aiutarla a venir fuori dall’abisso in cui si trova con le proprie gambe, anche se con qualcuno che tende una mano in segno d’aiuto vicino. Era, quello, il grido di due ragazzi morti troppo giovani e in maniera troppo crudele. Erano, quelli, due poveri adolescenti che i nostri giornali avrebbero definito da subito come «clandestini» e i cui sogni spezzati sono rimasti impressi in una lettera, oltre che nei cuori di tutti coloro che non riescono a dimenticare la disperazione che li ha portati verso la morte e il proprio dovere sociale e civile nel far sì che cose del genere tendano verso un loro progressivo non accadere più. È anche per questi due ragazzi, che è necessario tornare a parlare di Africa continuamente, incessantemente, come se con una miriade di gocce si cercasse di scavare la pietra. C’è poi, quando si parla di immigrazione, la concretezza dei dati e della realtà, troppo spesso distorta: l’Italia è un paese che ha bisogno degli immigrati, per la manodopera nelle industrie e per l’assistenza agli anziani, per l’agricoltura e per il terziario. Sono immigrati coloro che mungono le mucche che producono il latte che beviamo, i portieri dei nostri condomini, e tutti coloro che occupano nella società quei posti fondamentali, tanto oscuri quanto essenziali, che noi italiani siamo ormai troppo «benestanti» per poter occupare senza sdegno. Eurafrica spiega, così come una rapida passeggiata attraverso la realtà di una qualsiasi delle nostre città, che abbiamo bisogno degli immigrati per la nostra economia, e che gli immigrati sono al tempo stesso una risorsa culturale per gli italiani, che può e deve arricchire la propria identità senza svenderla per una presunta uniformità, un presunto conformismo o una presunta omologazione[3]. Giovanni Paolo II ha più volte richiamato, durante il suo pontificato, al dovere dell’accoglienza verso i profughi e gli immigrati, dovere che è al tempo stesso, per i credenti, un imperativo morale, nell’aspirazione a rispondere a quanto Gesù dice ai propri discepoli parlando loro del giudizio finale e della salvezza, seguendo l’insegnamento del Vangelo: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io […] ero forestiero e mi avete ospitato»[4]. Eurafrica (libro di M. Marazziti e A. Riccardi – cfr. la prima parte del nostro intervento) propone un linguaggio diverso, migliore di quello utilizzato sinora: basta parlare sempre e solo di «clandestini», quando si tratta di profughi e di richiedenti asilo o, anche, dei cosiddetti «immigrati economici». I mass media hanno spesso la responsabilità di presentare in maniera superficiale e fuorviante il fenomeno dell’immigrazione, puntando il loro intervento quasi sempre su immagini che fanno vedere poveri disperati malnutriti che scendono da barche sovraffollate (Forse per rubarci un lavoro che non vogliamo più fare? Forse per vivere di elemosine agli angoli delle nostre strade? Forse per rubare o tenderci agguati dietro l’angolo? Non sappiamo…). La legislazione italiana in materia è tale che la maggior parte di coloro che oggi sono regolari, cioè hanno il permesso di soggiorno, sono stati in un passato non lontano irregolari e si sono «regolarizzati» grazie alle numerose sanatorie degli ultimi anni. Circa 1,5 milioni di immigrati in Italia sono stati «sanati» dopo aver vissuto nel nostro paese in condizione di irregolarità, a seguito delle sanatorie del 1986 (105.000 stranieri regolarizzati), del ’90 (222.000), del ’95 (246.000), del ’98 (215.000), fino all’ultima della legge Bossi-Fini, con circa 700.000 stranieri che hanno ottenuto la sanatoria[5]. Se si considera che gli stranieri con permesso di soggiorno in Italia sono circa 2,4 milioni, si vede chiaramente come i due terzi di essi abbiano vissuto per un periodo da irregolari. Ciò accade perché la legislazione del nostro paese è ancora gravemente inadeguata ai fenomeni migratori. E’ quasi impossibile l’ingresso legale in Italia, vista la ristrettezza dei cosiddetti «flussi» annuali. Invece di trovare soluzioni riflettute, appropriate e durature si discute sempre in termini di «emergenza», come se l’immigrazione non sia un processo consolidato e ineludibile. Di fronte a tutto ciò, proporre una netta distinzione tra regolari e irregolari, come se si trattasse di stranieri «buoni» e di stranieri «cattivi», è paradossale: coloro che ieri erano irregolari (o, secondo il linguaggio corrente, «clandestini»), sono oggi «il giornalaio, il fioraio, il cuoco, il compagno di banco dei nostri bambini, l’amica di nostra madre che l’aiuta anche nella vita quotidiana. Sono gli edili senza i quali non si costruiscono e non si riparano più le nostre case»[6]. Tutti costoro «per un anno, cinque anni, di più, sono stati stigmatizzati come “clandestini” e questo è il timbro e la qualità della vita che collettivamente, stato e società civile, hanno assegnato a queste persone per anni. Non sembra intelligente, ai fini della sicurezza, della convivenza e della concordia civile, della prevenzione dell’intolleranza e degli estremismi, questa scelta reiterata ogni giorno di stigma e disprezzo sociale. Sarebbe ora di cambiare»[7]. Eurafrica ripropone alcune convinzioni che la Comunità di Sant’Egidio sostiene da tempo: favorire la stabilità degli stranieri nel nostro paese aumenta l’integrazione e la sicurezza, e va a vantaggio di tutti. Modificare la legge sulla cittadinanza, che è la più restrittiva d’Europa, potrebbe far sì che diventino italiani uomini e donne che vivono in Italia da anni e che già si sentono italiani, ma che per vivere devono fronteggiare mille problemi burocratici perché, per la legge, sono sempre immigrati. Una nuova legge sulla cittadinanza, inoltre, dovrebbe prevedere la cittadinanza per i bambini che nascono in Italia da genitori immigrati, e che la legge attuale lascia in una sorta di limbo senza che siano cittadini del paese in cui sono nati e hanno sempre vissuto. «L’integrazione è possibile», concludono gli autori di Eurafrica, «una nuova politica per l’Africa è possibile e necessaria»[8]. I destini dei popoli non sono disgiunti l’uno dall’altro, non si possono chiudere gli occhi sulle tragedie dell’Africa e di tanti paesi nel mondo. L’incontro e la convivenza con chi è diverso, per cultura, per storia o per religione, non impoverisce ma arricchisce, in un mondo globalizzato in cui è anacronistico e miope continuare ad elevare muri e a chiudere frontiere. L’Italia, prima o poi, dovrà pur diventare, finalmente, un paese in grado di garantire un’accoglienza dignitosa a chi fugge dalla guerra e dalla fame. Più tardi accadrà, più tardi l’Italia entrerà a far parte di un comune sentire e di un comune agire del mondo da cui è sempre molto pericoloso (oltre che vergognoso, in questo caso) stare fuori. --------------------------------------------------------------------------------
[1] Per questi dati Cfr. A. Colombo e G. Sciortino, La legge Bossi-Fini: estremismi gridati, moderazioni implicite e frutti avvelenati, in Politica in Italia. I fatti dell’anno e le interpretazioni, edizione 2003, a cura di J. Blondel e P. Segatti, Il Mulino, Bologna 2003.
[2] M. Marazziti e A. Riccardi, Eurafrica, cit. (cfr. prima parte del nostro intervento), p. 44.
[3] Ibid., p. 121.
[4] Ibid., p. 128.
[5] M. Marazziti e A. Riccardi, Eurafrica. Quello che non si dice sull’immigrazione. Quello che si potrebbe dire sull’Europa, Leonardo International, Milano 2004. Molte delle informazioni su questo testo sono tratte da un articolo di Valerio de Cesaris, intitolato L’immigrazione e il dovere dell’accoglienza, di prossima pubblicazione sulla rivista STUDIUM, a cui rimandiamo per una più completa presa visione del problema e del testo appena citato.
[6] Ibid., pp. 11ss.
[7] Ibid., pp. 33-58.
[8] MT 25, 34-35. |
|
|
Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Dicembre 2009 15:14 |
|
|